Africa

Anno domini 2005, fine agosto.

Ci troviamo ancora una volta nella hall delle partenze di Malpensa Terminal 1, pronti per affrontare un lungo volo che ci porterà alla meta delle nostre agognate ferie estive. Convocazione ore 22, partenza ore 0.00... giusto per cominciare bene ci annunciano 2 simpatiche ore di ritardo nella partenza del volo, ma tant’è…siamo in vacanza.

Il volo è tranquillo e dopo 8 ore siamo in Africa, Zanzibar per la precisione.

Ad accoglierci il caldo (non clamoroso climaticamente parlando) abbraccio di questa terra ancestrale: dopo l’interminabile trafila del ritiro bagaglio e del controllo passaporto siamo pronti per…ripartire con una scatola di sardine volante che ci porterà sul continente per iniziare il nostro viaggio alla scoperta degli animali e dei panorami che hanno reso famosa questa parte di Africa.

L’aereo (buffa definizione) è poco più di un piper, ha 19 posti e ci riserva la prima sorpresa: si scosta la tendina divisoria tra i piloti e l’utenza ed un viso simpatico ci accoglie con un solare “buon giorno”. Il Secondo in effetti è italiano, ci tranquillizza sull’affidabilità dell’aereo e inizia la rullata per la partenza.

La prima emozione è volante: infatti dopo circa un ora di volo le nuvole si aprono e vediamo distintamente il Kilimangiaro con le sue nevi perenni che svettano al di sopra di una pianura che pare riarsa e sterminata.

kilimangiaro

Ancora 30 minuti ed atterriamo ad Arusha, la seconda città per estensione della Tanzania, dove ci attendono le nostre tre jeep 4x4 che saranno il nostro lasciapassare per le strade sterrate e pietrose che ci attendono.

Si formano gli equipaggi con questo metodo: viaggi di nozze da una parte tutto il resto dall’altra. Risultato: novelli sposi battono resto del mondo 6 coppie a 3 o, se vogliamo, 2 jeep a 1.

Sulla jeep perdente prendiamo posto mia moglie ed io, una coppia di mezz’età che vive in una città a 20 km da dove abitiamo noi (e li becchiamo a 10.000 km da casa…..per la serie ai confini della realtà) ed una coppia di Firenze il cui componente maschile sfodera una Canon reflex con un tele 100-400 is (giusto Walter?) che sembra un bazooka.

Io ero già tronfio e fiero di esordire con la mia Canon s2 12x is, ma alla vista di cotanto mezzo professionale una piccola vena di inadeguatezza si è insinuata dentro di me; poi ripensandoci, a parte un chissenefrega, mi sono detto “vedrai che qualcosa, a ‘sto giro, lo impari”.

Partiamo, iniziano le chiacchiere da vacanza per conoscere un po’ le persone che si hanno di fronte e con cui dovrai convivere in modo quasi simbiotico per i prossimi sette giorni.

Dopo circa tre ore di macchina arriviamo alle porte del primo Parco, il Tarangire, dove andremo a svolgere i nostri “game drive” fotografici; il tempo di una sosta al cancello per le formalità ed iniziamo a percorrere i primi sentieri rossi di  polvere.

Siamo partiti da casa alle 17 del giorno precedente ed ora sono le 18…..sono circa 25 ore che stiamo viaggiando e la stanchezza pesa sulle spalle e sulle palpebre come un macigno di granito ma appena entrati nel parco, a non più di 500 metri dall’ingresso abbiamo il primo avvistamento.

giraffa

E’ uno stupendo esemplare di giraffa e se ne sta li, proprio in mezzo alla pista; la jeep rallenta, si ferma e noi quasi in silenzio mettiamo mano alle nostre macchine.


Per i seguenti istanti si sentono solo gli scatti degli otturatori (la mia l’avevo silenziata per non far impaurire gli animali…premura poi risultata abbastanza inutile in quanto le “star” salvo qualche caso ignorano totalmente l’animale uomo in quanto, nel loro mondo particolare, il parco, non siamo ne una preda ne un predatore).


L’emozione del primo avvistamento è forte, la stanchezza del viaggio lascia il posto ad una forma di eccitazione quasi irrefrenabile in quanto la tua mente razionalizza “non stai leggendo il National Geographic, SEI NEL National Geographic.

La jeep riparte, gli scossoni e gli urti sono notevoli, anche perché il nostro driver non lesina sul gas.

Poco dopo un nuovo stop: all’inizio del safari si è un po’ disorientati perché da homus cittadinus non sai bene dove indirizzare lo sguardo e magari ci metti un po’ a capire da dove arriva quello che hai di fronte, ci metti un po’ a capire che è sottile il confine tra impolverare l’obiettivo per non coprirlo con il tappo e perdere uno scatto che tendenzialmente, essendo vita vera, sarebbe stato sicuramente unico.

Reportage Africa

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