Vajont, cinquanta anni dopo il paese che prova a tornare a vivere.

Erto - Memorie di Roccia Viva.

Testo & Immagini a cura di proximo77

“Anche in casa, non se ne parlava mai. Era come una cosa che ci si vergonga di parlarne a tavola.”

Lucia è bionda, una bella signora, da poco ha aperto un negozio in cui vende prodotti artigianali in legno davvero molto belli. E’ uno dei pochi negozi della Erto vecchia, quella abbandonata. Quella vera.
Poco più su c’è la Erto Nuova, quella costruita dopo.
Poco più giù la Longarone nuova, quella costruita sull’altra. Sarebbe bello poter dire sulle macerie dell’altra, ma non erano rimaste nemmeno quelle.
Qui siamo più su, in uno di quei paesi di cui si parla poco. Erto è una paese di pietra, fatto di pietra e scavato nella pietra, pietre su pietre che si danno del tu.
La maggior parte delle case è completamente abbandonata, porte di legno che danno su spazi vuoti, crollati, abbandonati da cinquant’anni. Travi di legno cadute su pavimenti di cemento, alle pareti le credenze di legno marcito.

“Eh, adesso col cinquantenario anche di più, ma fino a dieci anni fa non si parlava mai di ‘sta cosa, nessuno veniva a vedere. Silenzio per 40 anni, come una roba da non dire, come una roba da nascondere. Poi da quando Paolini ha fatto quello spettacolo in televisione la gente viene a vedere, quando arrivano sono contenti di fare una gita, poi scendono dalla macchina, guardano la valle e non parlano più. I politici no, quelli vengon solo per l’anniversario.” prosegue la signora.

Chiedo come mai tante case sono rimaste vuote e quello che mi racconta è incredibile. perchè se tanti sanno quello che è capitato fino al 9 ottobre pochi sanno quel che è stato dopo.
Le terre vicino all’acqua, dove c’erano i mulini e le segherie, erano state espropriate forzosamente dalla SADE prima di inondarle, ma il paese no, quello era più in alto.
Ma dopo che la montagna intera era crollata dentro al lago tutta la zona era stata evacuata ed era stata dichiarata inagibile. Prima ti rubano la terra, poi fan dei danni, poi ti rubano anche la memoria. Giusto per essere sicuri.

L’agibilità è stata ridata cinque o sei anni fa, 45 anni dopo la catastrofe. 45. Lo scrivo anche in lettere come sugli assegni: quarantacinque. La gente che ci viveva è stata spostata in posti diversi, molti in quel periodo sono morti, e la casa diroccata, le pietre, le porte di legno marcio sono andate in eredità ai figli. E loro che se ne fanno? “Ci vuole un matto a ricostruire case così, significa rifarle da zero spendendo tanto, e per cosa poi? Stiamo parlando di persone che nella migliore delle ipotesi hanno 35/40 anni e sono nati altrove, che a Erto hanno le radici della famiglia ma non le loro personali.” , mi spiega. “In realtà tanta gente era tornata a vivere li anche un anno dopo e per venticinque anni han fatto con le candele, mettendo l’acqua al sole o vicino al camino per scaldarla, finchè non è tornata la corrente e piano piano han rifatto qualcosa. Ma sempre da abusivi fino a pochi anni fa.”

Camminare a Erto vecchia è come camminare in una città fantasma, interrotta da qualche coraggioso che tenta di ridarle la vita che le è stata impedita. C’è un osteria vicino al cimitero, il Gallo Cedrone. Poi il negozio della bella signora bionda. Poco distante l’osteria dei Corona, uno di quei posti dove ogni cosa che mangi e bevi è una delizia che sa di casa, di genuino, di vero. Bella gente, di quella che scalda anche l’inverno. Poco altro.

In tutta la valle il silenzio è irreale, un senso di “accaduto” lieve ma costante si appoggia sulle spalle come una coperta umida per chi passa per di li e vede quella cicatrice interminabile sulla montagna la di fronte, sul Toc. Un signore la mostra ai figli e gli spiega che quella terra una volta era la attaccata, dove c’è quella zona in cui il bosco finisce da un metro all’altroe lascia il posto a una discesa che è una lastra di roccia. E chi ci va la prima volta e cammina nel percorso si chiede dov’è la frana, spesso non riuscendo a realizzare che ci sta camminando sopra.

“Di la non ci abitava quasi nessuno”, prosegue Lucia indicando con un vago cenno della testa. “C’erano i campi e le bestie e i boschi, ma la gente stava di qua. Io me lo ricordo, ero in balcone, avevo nove anni e stavo aspettando che tornasse mio papà da lavorare. Ricordo il rumore. Ce lo siamo scordato per quarant’anni, finchè poi se n’è ricominciato a parlare. Era come se l’avessimo rimosso, ma poi i ricordi ritornano, quando possono”.

Quando un evento è troppo grande e spaventoso il nostro cervello per difendersi lo rimuove, cioè lo tratta come se non esistesse, e lo mette a dormire in una stanza finchè magari, anche anni dopo, qualcuno tira fuori la chiave. E allora quel ricordo torna fuori e si mescola con gli altri.

Erto piano piano cerca di tornare alla dignità che merita, una dignità che le è stata negata per anni, progioniera di uno Stato sordo e cieco, un istituzione che non è capace di tempi da essere umano quando quelli da salvare o da consolare sono persone comuni.

Nel frattempo il ritmo è quello lento del vino rosso e del salame, quello del legno e delle travi, quello di un’anziana signora che raccoglie la paglia a mano in un prato, quello delle pietre che, senza che nessuno le ascolti, continuano a darsi del tu.
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Pubblicato: Sabato 02 Novembre 2013
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Commenti
walter dice:
Le foto son belle ma il racconto è toccante, va direttamente al cuore.
 
legaleagle dice:
Bello e toccante. Mia moglie è di quelle parti. Erto vecchia è un posto surreale e ottimo per il B/N e incontri ancora gente che non Ti aspetti, di grande dignità che non si piange addosso, ma non dimentica. Complimenti.
 
elettrico dice:
Ero piccolo e sono stato solo nella valle, giù verso longarone. Difficilmente l'immagine del monte 'dimezzato' si può dimenticare. Complimenti per tutto.
 
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